Come la fotografia influenza l’opinione pubblica

La fotografia, cogliendo un istante tra una moltitudine di eventi spesso troppo complessi per essere contemporaneamente compresi e sentiti, riesce in alcuni casi a a penetrare l’immaginario collettivo più di ogni altra narrazione più strutturata.

Incarnazione perfetta del motto show, don’t tell – «mostra, non raccontare», la fotografia documentaristica cala lo spettatore nella notizia senza neppure doverla spiegare in dettaglio. Non stupisce dunque che guerra e fotografia siano unite da un legame profondo e indissolubile, dove la figura del fotografo di guerra mette a disposizione il suo sguardo per spiegare un evento difficile e pericoloso a chi se ne trova lontano.

Sono molti i fotografi di guerra che sono stati capaci di lasciare un segno nella storia immortalando attimi che sono diventati iconici: si pensi ad esempio al fotoreporter per eccellenza Robert Capa e James Natchwey famoso per aver raccontato coi suoi scatti la guerra civile in Rwanda tra il 1990 e il 1994.

Robert Capa Miliziano morente.
James Natchwey Rwanda 1990.

Rispetto ad altri tipi di raffigurazione, la fotografia presenta un rapporto più stretto ma anche più complicato con la verità. Essendo la fotografia un estratto di realtà, ciò che mostra è infatti sempre sicuramente vero. Tuttavia l’obiettivo non può che contenere una certa porzione di realtà. Questo è un fatto che spesso viene dimenticato. Proprio perché la fotografia ritrae la realtà senza imitarla, e in questo consiste la sua potenza, il fatto che un’inquadratura precisa derivi comunque da un punto di vista intenzionalmente scelto, rende questo genere d’immagine adatto allo scopo di persuadere e anche di manipolare – senza che se ne accorga – l’opinione di chi la guarda.

Il fatto è che la manipolazione dell’opinione pubblica attraverso l’immagine fotografica non è certo stata inventata oggi, e da sempre riguarda in particolar modo la guerra. Perché proprio la guerra?

Perché la guerra, è spesso una cosa lontana, è altrove, e dunque proprio per questo motivo la sua narrazione può essere controllata e manipolata. Ecco perché, per noi, seduti a casa sul divano tentando d’informarci, diventa difficile discernere tra le tante notizie che raccontano di luoghi geograficamente lontani, di cui, se non facciamo attenzione alle fonti, viene detto di tutto e il contrario di tutto.

Uno dei primi casi di manipolazione dell’opinione pubblica grazie a fotografie di guerra risale allaGuerra di Crimea che si svolse tra il 1853 e il 1856.

L’Impero Russo contro un’alleanza composta dall’Impero Ottomano, Francia, Piemonte e Inghilterra, che temevano un eventuale dominio russo sul Mediterraneo. La Guerra di Crimea fu infatti il primo conflitto moderno in cui cominciò ad avere rilevanza l’opinione pubblica dei cittadini che s’informavano sui giornali e a cui le immagini potevano mostrare cosa accadeva in quelle terre lontane.

La fotografia divenne un prezioso mezzo d’informazione e la propaganda una nuova arma.

Il governo inglese inviò Roger Fenton, appassionato fotografo di paesaggi, in Crimea, dove allestì un rudimentale laboratorio in un vecchio carro trainato da due cavalli. Fenton eseguì circa trecentocinquanta fotografie, che inviò all’Illustrated London News. Il suo scopo era dare un’idea il più possibile gradevole della guerra, senza cadaveri e scene cruente, per tranquillizzare i lettori.

Quello della Guerra di Crimea fu il primo esempio di fotogiornalismo di guerra usato a scopo propagandistico.

Roger Felton Guerra di Crimea

Come sempre avviene per quanto riguarda la comprensione del rapporto tra fotografia e guerra, e l’impossibilità di uno sguardo imparziale, ci viene in aiuto una dichiarazione del grande Robert Capa «In una guerra, devi odiare o amare qualcuno, devi avere una posizione: altrimenti non riesci a sopportare quello che succede».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *