Dall’Autoritratto al Selfie è un attimo.

Il Selfie è diventato “l’arte folk dell’era digitale”.

Nel 2013 l’Oxford Dictionary ha scelto ‘Selfie’ come parola dell’anno. Selfie è entrata ufficialmente nel dizionario inglese con la seguente definizione: “una fotografia che una persona ha fatto di se stessa, normalmente con uno smartphone o una webcam, e poi ha pubblicato su uno dei social media”. Nell’ottobre del 2013 erano 140 milioni le immagini pubblicate con l’hashtag #me e su Flickr. 

Cosa succede all’umanità? C’è qualche psicologo che può dimostrare un aumento di narcisismo connesso alla diffusione delle nuove tecnologie del sé (social media)?

Di sicuro, la lettura prediletta dai media per spiegare l’esplosione del fenomeno “selfie” è quella del narcisismo. Negli Stati Uniti si è cominciato a parlare di ‘Selfie Syndrome‘: un disordine della personalità che emergerebbe nelle persone troppo preoccupate della propria immagine digitale. L’uso di Facebook, secondo questa ricerca, sembrerebbe risultare maggiore nelle persone insicure e narcisiste. Proprio queste persone sarebbero quelle che cambiano più di frequente il proprio status, che postano continuamente foto di se stesse, e scrivono spesso di se nei post. Ovviamente nei media tradizionali è subito circolato il messaggio che sono i social media a renderci più narcisisti. 

Ma le letture troppo semplici della realtà non sempre sono quelle giuste. C’è qualcosa che non torna in questa lettura. I media, social, assecondano “soltanto” la nostra personalità, la nostra cultura, le nostre passioni, la nostra identità. Certo, oggi un narcisista ha molte più possibilità di praticare il suo narcisismo di un tempo. In un certo senso i social media democratizzano il narcisismo. La popolarità dell’autoritratto, del “selfie”, è qualcosa che viene da lontano.

La tecnologia, dall’invenzione della fotografia ai social media, ha lentamente contribuito a democratizzare pratiche estetiche e sociali un tempo prerogativa esclusiva di categorie sociali ben precise. Prima della fotografia, almeno fino ai primi dell’ottocento, l’autoritratto era praticato soltanto dai pittori, che si auto dipingevano per lasciare traccia di sé ai posteri.  Pittori e artisti in genere erano molto narcisisti, ma nessun giornale dell’epoca parlò mai, immagino, di malattia della personalità dovuta alla diffusione della pittura. Stefano Ferrari, nel suo La psicologia del ritratto nell’arte e nella letteratura ( Bari, Laterza, 1998) racconta come Ugo Foscolo per esempio, avesse una vera e propria mania per il proprio ritratto. Se ne fece fare un numero incredibile, partecipando molto attivamente alla vicenda della loro creazione e diffusione. Era un  maniaco del controllo della propria immagine.

Poi la nascita della fotografia rese possibile l’auto ritratto anche ai fotografi, anch’essi artisti, al pari dei pittori, ossessionati dal desiderio di non scomparire senza lasciare traccia di sé. La miniaturizzazione e la trasportabilità delle macchine fotografiche tra ottocento e novecento permise che la pratica dell’autoritratto iniziasse a diffondersi anche tra i fotografi amatoriali, tra le élite aristocratiche che potevano permettersi l’acquisto di una macchina fotografica e farsi finalmente da sé i propri ritratti. Ilse Bing, per esempio, era figlia di una ricca famiglia ebrea di Francoforte che iniziò ad appassionarsi alla fotografia, diventando una delle figure più importanti della scena surrealista parigina degli anni trenta. Il suo “autoritratto con specchi” (1931) mostra un tipico esempio dell’estetica che andava di moda in quegli anni negli autoritratti. La foto mostra l’artista che inquadra se stessa dietro le lenti di una Leica (Ilse divenne famosa come “La Regina della Leica”) e la sua immagine è riflessa due volte così da mostrarla sia di profilo che di fronte.

Negli auto ritratti dell’epoca moderna, macchina e specchi sono sempre presenti: il proprio sé è riflesso da punti di vista diversi, permettendo all’autore/osservatore di guardarsi dall’esterno.

La critica di fotografia Susan Bright, nel libro Autofocus. L’autoritratto nella fotografia contemporanea (Contrasto, 2010) scrive: “Cosa viene raffigurato in un autoritratto? Storicamente, l’autoritratto (soprattutto nei dipinti) è sempre stato concepito come rappresentazione delle emozioni, come esteriorizzazione dei sentimenti intimi e come una profonda autoanalisi e autocontemplazione che avrebbe il potere di conferire una sorta di immortalità all’artista. (…) Quando osserviamo un autoritratto fotografico (…) vediamo piuttosto una dimostrazione di amore del Sé”. La Bright sostiene che chiunque abbia una macchina fotografica, a prescindere che sia un artista o meno, “ha l’impulso di puntarla su se stesso e i fotografi o gli artisti che non hanno mai ritratto se stessi sono una rarità.”

Ecco, sta qui il punto per la nostra argomentazione: “chiunque abbia una macchina fotografica ha l’impulso, a un certo punto, di puntarla verso di sé”. Non è questione di narcisismo, ma solo di disponibilità tecnologica. (poi vabbè, c’è qualcuno che ci va sotto ed esagera. Succede con qualsiasi tecnologia). La popolarità del “selfie” come pratica sociale ed estetica è il frutto non di un aumento del narcisismo nella nostra società, è piuttosto la conseguenza del mix di democratizzazione delle tecnologie fotografiche, sempre più miniaturizzate e a portata di mano nei nostri telefoni e diffusione di siti in cui si possono facilmente condividere immagini fotografiche come Flickr, Facebook, Twitter, Pinterest, Instagram. 

Susan Bright si chiede però se queste foto siano da considerarsi dei veri autoritratti o piuttosto delle immagini che le persone realizzano di se stesse. Gli autoritratti di un tempo si facevano davanti allo specchio. Quella che si catturava era l’immagine di noi specchiati. Oggi lo specchio è lo schermo del telefono e l’immagine che si cattura è più diretta e immediata (meno mediata, più sporca). L’occhio della macchina fotografica catturava la nostra immagine riflessa, mentre oggi cattura direttamente la nostra faccia. Gli “autoritratti” presenti su questi siti adottano un nuovo linguaggio stilistico di bassa qualità. Il fotografo, con il braccio teso, impugna una piccola fotocamera digitale o il suo telefono rivolgendola verso se stesso.

L’estetica di questi scatti è spesso caratterizzata da pochi stili ricorrenti: donna-coi-tacchi-in-ascensore; gambe-di-donna-al-mare; primo-piano-con-labbra-in-mostra; piano-americano-di-donna-in-posa-sessualmente-attraente ecc…

Credo che il fenomeno del Selfie sia da ricondurre non tanto ad un aumento di narcisismo dovuto alla diffusione di nuove tecnologie del sé quanto ad un aumento generalizzato di consapevolezza della propria immagine negli ecosistemi digitali, dovuta alla democratizzazione degli strumenti di social networking.

Il Selfie è connesso alle pratiche di presentazione del sé oggi sempre più raffinate.

Se l’autoritratto classico era narcisista (ammirazione di sé) il selfie è al contrario una pratica molto più sociale, non rivolta verso se stessi, ma verso gli altri. Il vero obiettivo di un auto scatto con lo smartphone è quello di condividerlo con gli altri. Il selfie si distingue dall’autoritratto classico perché è fatto espressamente per essere condiviso. E la ragione per cui lo condividiamo è perché vorremmo influenzare il modo in cui gli altri ci vedono. I Selfie sono fatti per essere trasmessi a pubblici ampi, non per un consumo privato.

 Cosa mostrare di sé e perché? Tutti noi siamo colpiti negativamente quando qualcuno dei nostri amici, su Facebook, esterna troppo intimamente i propri pensieri o condivide immagini di sé troppo intime. C’è una soglia molto soggettiva, che ognuno di noi è culturalmente disposto a sopportare o meno. L’uso dei social media è, come l’utilizzo di una lingua, un atto performativo che può produrre risultati altissimi o terribili, a seconda della nostra conoscenza della grammatica in gioco.

 I social media rappresentano oggi uno degli strumenti più potenti a disposizione del singolo per la messa in scena di se stesso, la narrazione, manutenzione e propaganda di sé. 

Da una parte c’è l’inestinguibile desiderio di sondare se stessi e a che punto siamo della vita, che fa parte della tradizione dell’autoritratto, dall’altra c’è la nuova consapevolezza della propria immagine digitale, che è un fenomeno nuovo e che a volte, sfugge di mano. Visto però che una fotocamera in mano ormai ce l’abbiamo tutti, invece di liquidare superficialmente il selfie come un atto narcisista, denigrarlo senza comprenderlo, lavoriamo su noi stessi per imparare a non eccedere, a fornire un’immagine il più sincera possibile di noi stessi. C’è una grammatica del sé da approfondire e da raffinare. Un sé senza maschere e pieno di rughe, se necessario.

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