RIFLESSIONE SULL’ETICA DEL FOTOGIORNALISMO

La raffigurazione del dolore altrui e della morte, sempre altrui, finisce per divenire testimonianza non dei fatti ma della differenza/separazione di classe, tra il mondo ricco e quello povero. Attenzione, non testimonianza intesa come denuncia politica, ma semplicemente come “certificazione” di una diseguaglianza sociale sempre più estrema. Il mondo ricco guarda il mondo povero, lo fotografa, lo sbatte sui giornali, e lo utilizza per scopi che nulla hanno a che fare con la tragedia umanitaria che si dovrebbe testimoniare.

Si ricade dunque sempre nell’annoso problema dello “sguardo colonialista”: il fotografo di un paese  ricchissimo possiede i soldi (molti) per andare sui luoghi delle tragedie e per costruire professionalmente un lavoro fotografico sulle disgrazie altrui, lavoro che ovviamente sarà venduto generando un profitto. Il potere che il fotografo ricco ha sui diseredati della terra è immenso: li può infatti riprendere senza problemi in tutta la loro povertà, trasformandoli di fatto in oggetti. Dove è finita la pietà umana? Dove è finita la questione centrale della scelta del fotografo di pubblicare o no un’immagine? E il rispetto per la dignità degli individui? E lo stesso fotografo (ricco) tratterebbe in ugual modo un cataclisma naturale avvenuto in un paese europeo o nordamericano? Fotograferebbe i cadaveri di bambini senza poi imporre all’editore del suo giornale di oscurarne il volto?   

Sembra sempre più necessario che giornalismo e fotografia facciano un esame di coscienza (collettivo) riguardo la strada che è stata intrapresa, una strada che sembra aver perso quell’umanità che dovrebbe guidare lo sguardo, non solo dei fotografi, ma anche dei semplici cittadini, questi ultimi ormai non più in grado di comprendere la differenza tra documentazione del dolore e spettacolarizzazione colonialista della sofferenza.

Rimane sempre chiara nella nostra mente la straordinaria lezione di Claude Lanzmann, filosofo e cineasta che si è sempre rifiutato nell’ambito del suo lavoro di analisi e studio della Shoah di mostrare nei suoi documentari le immagini dei cadaveri trovati da americani e russi al loro ingresso nei campi di sterminio nazisti. Per narrare il dolore e la morte di inermi non c’è bisogno di mostrare il vergognoso oltraggio che è stato fatto dei loro corpi. È  per questo che il documentario di Lanzmann Shoah è una delle maggiori opere intellettuali del secolo scorso. Per il rigore morale con il quale è stato realizzato, per il rispetto assoluto della dignità di coloro i quali hanno sofferto.

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